Ricevo questa mail: «Il posto di lavoro garantito... si paga ancora con la morte di tanti poveracci in parte complici del loro stesso assassinio. In edilizia si definiva il fenomeno 'lavoro in cambio di morte'. La fame di lavoro porta ad accettare condizioni tremende (si veda il recente film 'Workingman's Death' di Glawogger, estetizzante finché si vuole, ma sconvolgente).
Ricordo - ma non sono sicurissimo sui nomi - le manifestazioni operaie e sindacali per difendere alcune industrie inquinanti del ponente genovese. Con la tragica constatazione che o si moriva di fame o - forse – d'inquinamento. Quest'anno con Le Iene siamo andati da Bertinotti a fargli vedere che nel cantiere di Montecitorio (di cui lui aveva vantato l'assoluta sicurezza, proponendolo addirittura come cantiere 'modello') non erano minimamente rispettate le più elementari norme di sicurezza, come il caschetto (un bullone da dieci metri ti ammazza). Di fronte alle telecamere il buon Fausto ha perso subito la calma ('Non accetto processi da chicchessia!', ma quando mai?) e dicendoci che dovevamo andare dal capocantiere e dai vigili (come se lui non avesse un pelo d'autorità in più... minchia: Montecitorio è casa sua!). E lì ho capito che anche in questa legislatura non si sarebbe mosso nessuno, se non per andare a piangere lacrime di coccodrillo dietro l'ennesimo feretro.
Ciao!
Filippo»
Sì, sono ripugnanti le lacrime di coccodrillo della «sinistra» sulle morti in fabbrica.
La stessa «sinistra» che sente invece urgente, urgentissimo, estendere la legge Mancino - di per sé liberticida - alla «omofobia».
Come se la battaglia vera di civiltà fosse la difesa degli omosessuali, non il degrado delle nostre industrie obsolete e minacciate dal trasferimento degli impianti in Cina ed India o Bulgaria.
Ha ragione il lettore: sono degradati anche gli operai, ormai privi delle conoscenze tecnico-culturali necessarie per reclamare ed applicare le norme di sicurezza.
Sono già «cinesi»: e tuttavia i cinesi veri, per lo stesso lavoro e con la stessa ignoranza tecnica, si contentano di 70 euro al mese.
E obbligati ad accettare queste ferriere ottocentesche, oppure il licenziamento.
Alla Thyssen di Torino lavoravano 16 ore al giorno, sapendo che comunque l'azienda sarebbe stata delocalizzata.
Lo difendevano così, il loro posto di lavoro: con le unghie, coi denti, con la pelle.
Produttività altissima, immagino…
Uno si chiede: dove sono i sindacati?
I sindacati rossi che facevano il bello e il cattivo tempo trent'anni fa, i sindacati «operai» che pretendevano il salario come «variabile indipendente»?
Sono al governo o a sostenere il governo.
A sostenere la Casta e gli statali col posto così fisso, che possono anche andarci solo due giorni su tre: 30% di assenze quotidiane in assoluta impunità negli uffici pubblici, mentre alla Thyssen di Torino bisognava accettare anche 8 ore di straordinari al giorno, altrimenti l'azienda faceva rapporti disciplinari.
E gli ispettori pubblici che dovevano sorvegliare sulla sicurezza di Thyssen erano consulenti di Thyssen, sul libro paga di Thyssen: non basta lo stipendio pubblico coi benefici connessi.
Non c'è esempio più chiaro della vera frattura sociale italiana: di chi sono gli sfruttati e chi gli sfruttatori.
Il più elementare senso di giustizia sociale imporrebbe, come «sanzione disciplinare» agli statali assenteisti, e agli ispettori disonesti, di far loro provare otto ore di sgobbo a contatto con l'acciaio liquido: otto ore per ogni giorno di assenza dal posticino dove rubano il denaro dei contribuenti.
Forse si renderebbero conto di essere sulla stessa barca di tutti.
Ma naturalmente questo è un sogno utopico.
La «sinistra» in blocco, per mezzo secolo marxista, ha accettato l'ideologia del liberismo globale, che era prevedibile portasse a questi effetti evidenti: siccome si tratta di competere col lavoratore cinese, il lavoratore italiano deve lavorare di più ed accettare salari calanti verso la Cina.
Mica ha protestato, la «sinistra».
Mica ha scatenato una battaglia, anche internazionale, per imporre il principio che la concorrenza globale si può esercitare solo fra Paesi di analogo livello salariale, previdenziale, sindacale e di libertà politica.
E che dunque bisogna chiudere l'Europa alle merci cinesi, dove i salari sono bassi e i costi inferiori perché non sempre ci sono regole di sicurezza, difesa sindacale e costi previdenziali.
Ma quale battaglia: la sinistra non ha fatto nemmeno una scaramuccia, non il minimo tentativo. Anzi, ha deriso e sputacchiato l'unico uomo politico che ha provato ad avanzare questa obiezione, ossia Giulio Tremonti: ah, ecco il protezionista!
Ecco il «colbertista»!
Quello che osa pensare una cosa «non politicamente corretta», contraria al pensiero unico dominante.
Solo se un giorno lo diranno Goldman Sachs e Rotschild, allora la sinistra comincerà ad accettare le idee diverse, perché avrà capito che quello è il nuovo pensiero unico, il nuovo dogma padronale.
Pare che Hillary Clinton cominci a dire quel che dice Tremonti: speriamo, allora la sinistra accetterà un'idea Made in USA.
Ma non è giusto dire che «la sinistra» non ha previsto gli effetti della globalizzazione.
Li ha previsti.
Tanto bene, che ha preso i provvedimenti necessari: si è messa al sicuro, mettendo al sicuro il blocco sociale che la vota.
Le burocrazie pubbliche inadempienti e corrotte mica si espongono alla competizione globale, mica possiamo importare magistrati e ministeriali indiani o cinesi o romeni (purtroppo).
Mica possiamo delocalizzare Mastella e Padoa Schioppa, o Epifani e Pezzotta.
I loro stipendi non dipendono da alcuna concorrenza, sono in regime di monopolio.
E' per questo che i loro stipendi salgono, mentre i salari operai scendono.
Loro, dalla concorrenza mondiale, si sono messi al riparo.
Loro si sono messi al sicuro sotto l'ombrello d'oro di Stato, parastato e regioni e comuni; e noi fuori a prenderci la tempesta.
Almeno non piangessero, poi, le loro lacrime di coccodrillo.
CGIL-CISL-UIL costano al contribuente 2 mila miliardi di vecchie lire, e non siamo capaci di esigere che facciano almeno un po' il lavoro per cui sono così mostruosamente pagati.
E i sindaci «di sinistra»? e la Torino «di sinistra», che è rinata (dicono) dopo le olimpiadi invernali, piena di «eventi culturali», nonché «scintillante di luci»?
Ma in quale teoria sociale è mai detto che una regione o un comune «di sinistra» deve organizzare anzitutto notti bianche, concerti pop ed eventi-spettacolo?
C'è una teoria che lo spiega.
Non ne ricordo il nome.
Secondo questa teoria, quelli che vivono tra feste, spettacoli e concerti e scintillio di luci, sono - come sempre nella storia - i parassiti.
Quelli che nelle stesse ore sgobbano a turni infernali, minacciati di licenziamento, nelle ferriere private di estintori, senza casco e senza guanti perché troppo ignoranti e affannati, e muoiono bruciati vivi dai getti d'olio ustionanti, sono gli sfruttati.
Riconoscete questa teoria?
«Marxismo!», vi sento esclamare.
«Bisogna tornare a parlare di socialismo», come ha detto Niki Vendola.
Già dal personaggio, si capisce che la diagnosi è sbagliata: il socialismo c'è già in Italia, e come sempre ha creato una nomenklatura separata dalla nazione e dai suoi poveri, esattamente come la nomenklatura leninista che aveva i suoi spacci con caviale e sigarette americane mentre infuriava la carestia.
La nomenklatura socialista, anzitutto, si fa le leggi per sé, per rafforzare la propria impunità, per mettere al sicuro i propri privilegi.
Come dice il compagno Fausto Bertinotti, «non accetto processi da chicchessia»: è il motto della Casta, se un giorno non la processeremo in tribunali speciali rivoluzionari.
In attesa di quel giorno che non verrà, gli operai della Thyssen sopravvissuti lo sappiano: non potranno togliersi il gusto di chiamare Niki Vendola «culattone» e «finocchio», è vietato per legge, come parlar male dell'olocausto, legge Mancino-Mastella.
Lo dovranno chiamare «diversamente fornicante», o magari gay.
E' questo che conta, l'ideologia politicamente corretta, la repressione di un'altra piccola libertà di parola.
Sta tornando il socialismo, compagni: morite contenti, e pagate le tasse per Niki.
Maurizio Blondet







Valerio Scalia Sono state 430 le firme raccolte dai Grilli di Mare, il meetup di Anzio e Nettuno, a favore del magistrato calabrese Luigi De Magistris, domenica 21 in Piazza Pia ad Anzio e la petizione on-line, promossa dai Ragazzi di Locri e sponsorizzata da Beppe Grillo, ha invece raccolto fin ora 66.877 firme.
Di Adalberto De’ Bartolomeis Colpevole dei disastri del sabato sera è la cultura in cui i giovani crescono. Eppure esistono altrettanti giovani che sono intelligenti, desiderano partecipare direttamente agli impegni politici, senza faziosità e strumentalizzazioni, di demagogie del passato. Tra questi giovani non ci sono P.38 o proclami contrasseganti da stelle a cinque punte, che mi ricordavano tanto la stella di David. Chissà perchè? Oggi, si contrappongono giovani imbelli che, bamboccioni, come direbbe il signor Padoa Schioppa, sono rasseganati ancor prima, molto prima di arrivare sulla trentina. Vorrebbero fare, vorrebbero dare, ma l’università li ha fregati e la società li massacra. Ci sono giovani che quando li senti parlare balbettano, parlano in maniera frammentata, quasi sembra che soffrano d’ansia. Altri che ridono come deficienti e, probabilmente, la scuola di oggi li ha accompagnati a diventarlo a suon di “spritz”, musica a tutto volume, “pum” “pum”, non musica, ma fracassi assordanti fino all’alba. Insomma c’è un po’ di tutto. I qurantenni, se sistemati, sono già divorziati almeno un paio di volte; gli altri convivono senza figli. I cinquantenni, se li vedi scappi. O li trovi ben ben viziatini, oppure cercano nuove emozioni perchè, giustamente, un cinquantenne, se non è inaridito nel cranio, si vuole rimettere ancora in gioco, ma è tardi anche per lui. La paralisi insomma! E’ Il fantozzi, o meglio il fantocci del ventunesimo secolo: qui, però, in Italia. E dove sennò? L’ Italia, 
“Dopo aver appreso dell’approvazione unanime da parte del Consiglio dei Ministri di un disegno di Legge che prevede che chiunque abbia un blog o un sito internet debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati e pagare un bollo, anche se rende informazione senza fini di lucro, non possiamo non manifestare pubblicamente il nostro sdegno e il nostro ennesimo dissenso nei confronti di questo Governo e delle sue posizioni assolutamente scellerate!”.

